Sono passati pochi giorni dal referendum inglese Leave or Remain e tutto è diventato più incerto.Tutto sembra destinato a crollare, a subire trasformazioni radicali: dal mondo della finanza e delle banche, esposto a scellerate speculazioni, al sistema dei welfare, della mobilità, della ricerca, dell’alta formazione.

Predomina lo sconcerto. Attoniti gli inglesi, primi fra tutti i promotori del Leave indietreggiano: non avevano valutato lo tsunami che stavano scatenando e che va ben oltre la contestazione di una leadership o di un’idea di Europa che, ora, mostra flaccidi muscoli.
Il popolo sovrano ha scelto e indietro non si torna.

Da sempre è da folli e irresponsabili estremizzare i confronti su temi e politiche le cui implicazioni e conseguenze vanno ben al di là dal proprio mandato e competenze.

Lotte interne, conservazione della leadership, populismo hanno strumentalizzato un impegno lanciato in campagna elettorale che interessi miopi hanno ripreso e spinto ad onorare in un momento infelice e inopportuno. Ora, per tutti, il conto e i cocci di una scelta irreversibile di cui nessuno può realmente prevedere le conseguenze. Ciascuno può e deve analizzare i cambiamenti dal suo osservatorio, anche se di parte, e se drammatica risulterà poi la conta.

Nel mondo della ricerca vivremo lo strabismo di usare ancora l’inglese come lingua franca e strumentale, ma perderemo, anche se non nell’imminente futuro, quella familiarità e libertà di movimento, di scambio che da sempre ha caratterizzato la comunità scientifica.
Avremo in prospettiva una generazione di ricercatori e di giovani Erasmus che pur dovendo comunicare, studiare, pubblicare in inglese avrà difficoltà a frequentare i corsi e le strutture scientifiche di quel Paese, vedendosi ridotte le opportunità di riconoscimento di titoli e crediti acquisiti.

Gli stessi laboratori delle università e dei centri di ricerca britannici, oggi fucine di avanzate osmosi culturali e sociali, sono destinati a diventare nel giro di un decennio strutture autoreferenziali, prive di capacità attrattiva, sia per gli studiosi sia per le imprese.
Ma non solo.

Il 23 giugno 2016 è stato anche deciso, indirettamente, la disgregazione e un diverso equilibrio per tanti qualificati raggruppamenti di ricerca, che avevano proposto sui fondi comunitari progetti di interesse strategico per tutti: dalla mobilità all’ambiente, dai materiali alla salute.

Nessuno nelle giornate precedenti il referendum del 23 giugno scorso aveva spiegato questo e quanta sottrazione di futuro significasse votare per il Leave. La ricerca, la formazione – leve per lo sviluppo di ogni comunità non possono avere né limiti né confini: gli studiosi devono potersi muovere e operare liberamente per far avanzare le conoscenze e le tecnologie.

Era, e resta, questo l’ambizioso obiettivo dell’European Research Area, un programma politico portato avanti con entusiasmo e convincimento da tutte le comunità scientifiche dei Paesi membri e che ora si ritrova privato di un interlocutore autorevole, importante, ineludibile.
Ma nessuno durante la campagna referendaria si è, tra l’altro, posto il problema della scienza, della tecnologia e della ricerca in Gran Bretagna. Anche se a marzo in un sondaggio della rivista “Nature”, l’83 per cento dei ricercatori inglesi si dichiarava contrario alla Brexit, e i 150 membri della Royal Society dell’università di Cambridge, tra cui Stephen Hawking e Peter Higgs, definivano l’eventuale uscita “un atto disastroso per la ricerca e le università in generale”.

Le strutture scientifiche inglesi, infatti, ricevono dai programmi comunitari più di quanto il Paese investa e più di quanto riescano ad ottenere gli altri Stati membri, basti ad esempio sapere che le sole università devono il 16 per cento del loro finanziamento per la ricerca e il 15 per cento di personale specializzato ai fondi dell’Unione. Dati ben più significativi sul fronte dell’innovazione e delle tecnologie abilitanti, su cui si gioca il futuro dell’occupazione e dell’industria europea.

È indubbio che nei prossimi anni la Gran Bretagna continuerà ad essere coinvolta sulle grandi sfide della scienza e della tecnica allo stesso modo in cui lo sono i paesi che non fanno parte della Ue, sulla base di accordi bilaterali o multilaterali. Ma avrà inevitabilmente, e purtroppo, un ruolo non più principale.

La Brexit è, quindi, un passo indietro anche per il sistema della ricerca nel Regno Unito e per quello dell’Europa continentale. Ora è necessario lavorare per individuare soluzioni, intelligenti che sappiano riprendere, senza strumentalizzarlo, lo spirito europeista di Ventotene e con esso le ragioni e le speranze dello stare insieme evitando ogni rischio di futura implosione.

Non desideriamo i nazionalismi del secolo scorso, né la balcanizzazione del continente, ma abbiamo bisogno di più Europa. Ecco perché alla Brexit non si potrà rispondere solo con soluzioni tecnico- finanziarie, ma occorrerà, gestire, da europeisti convinti, un momento terribile della storia comunitaria per riaffermare principi e valori che traghettino verso una nuova idea di Europa.

Allo stesso tempo è importante che si interiorizzi e comprenda il significato politico di questa vicenda, a cosa abbia condotto la polarizzazione e la personalizzazione di un referendum con la sua conseguente riduzione a strumento di lotta politica interna.
Impariamo dal 23 giugno: guardiamo oltre le nostre ombre e il nostro tempo.

Fonte: Repubblica